Dove sta andando Versalis? Lo abbiamo chiesto a Adriano Alfani, CEO della società chimica di ENI, che ci ha concesso una lunga intervista.

Versalis, società chimica del gruppo ENI, ha intrapreso un percorso di sviluppo basato su due grandi direttrici strategiche: una diversificazione del portafoglio prodotti, con un crescente peso delle specialità rispetto alle commodities e un processo di transizione energetica attraverso decarbonizzazione, sviluppo di tecnologie per l’economia circolare e chimica verde.
Rientrano in questi ambiti lo sviluppo delle piattaforme della chimica da rinnovabili, i progetti di trasformazione di Porto Marghera e Gela, nonché – più di recente – l’acquisizione del compounder marchigiano Finproject.
Per avere qualche dettaglio in più, abbiamo incontrato Adriano Alfani, CEO di Versalis.

Versalis è in una fase di profonda trasformazione. Necessità o virtù?
«Il nostro approccio va inquadrato sia nella strategia di transizione energetica di ENI, sia nel più ampio processo in atto nell’industria chimica europea verso una maggiore sostenibilità delle produzioni, destinata ad accelerare nei prossimi anni per soddisfare target sempre più ambiziosi in termini di decarbonizzazione.
Sostenibilità significa innanzitutto riduzione delle emissioni di CO2, quindi una transizione verso l’economia circolare per chiudere quanto più possibile il ciclo, trasformando il rifiuto in nuova materia prima mediante riciclo meccanico o chimico; attività che contribuisce anch’essa alla decarbonizzazione, insieme con l’introduzione nelle produzioni chimiche di una componente rinnovabile.

Può farci qualche esempio?
«In termini di decarbonizzazione stiamo portando avanti progetti per rendere sempre più efficienti gli impianti esistenti, sia sotto il profilo energetico, sia per il consumo di materie prime; un esempio è il cracking elettrico, molto promettente, ma ci sono tecnologie che già oggi consentono di emettere meno CO2 per unità di prodotto.
Versalis K2018

Passando all’economia circolare, vediamo una forte complementarietà tra riciclo meccanico e quello chimico al fine di massimizzare la quantità di rifiuto da reintrodurre nel ciclo produttivo, al netto degli scarti.
Già oggi, con i brand Versalis ReVive e Balance offriamo poliolefine e polistireni partendo da materie prime in parte ottenute da riciclo meccanico, chimico o rinnovabili (bionafta prodotta all’interno del gruppo nelle bioraffinerie ENI di Gela e Porto Marghera) attribuite con bilancio di massa. Introdurremo in catalogo anche elastomeri con un contenuto di materiale riciclato per via meccanica, grazie a una partnership con la società piemontese AGR, titolare di una tecnologia di devulcanizzazione di gomma post-consumo.
Nel riciclo chimico, a Mantova siamo lavorando al progetto Hoop in collaborazione con la società italiana di ingegneria Servizi di Ricerche e Sviluppo (S.R.S.), volto alla valorizzazione delle plastiche miste, difficili da recuperare con il riciclo meccanico.
Abbiamo anche progetti per le materie prime rinnovabili, oltre al marchio Balance. Stiamo lavorando su due piattaforme, basate rispettivamente su biomasse solide per la produzione di bioetanolo (Proesa, implementata nell’impianto di Crescentino) e su oli vegetali (Matrìca, in joint-venture con Novamont), da cui si ottengono diversi flussi di prodotti, quali acido azelaico e pelargonico. In occasione di Ecomondo, abbiamo lanciato il diserbante Sunpower, a base di acido pelargonico prodotto nello stabilimento di Porto Torres, frutto di una collaborazione con AlphaBio Control.»

Il secondo driver è la specializzazione del portafoglio, non facile da attuare per chi si è sempre occupato di commodities.
«Il nostro portafoglio è oggi basato su una chimica che potremmo definire di base, situata a monte della filiera. All’inizio di quest’anno abbiamo rilanciato una strategia indirizzata ad una maggiore specializzazione, processo già avviato da qualche anno, ma destinato a subire una accelerazione. Non perché non ci piace ciò che abbiamo fatto finora, ma perché il mercato sta cambiando e impone cambiamenti a ogni livello. La tendenza verso una crescente specializzazione del portafoglio è trasversale a tutti i settori industriali, che sono i nostri clienti finali: basti pensare a ciò che sta avvenendo nel settore automotive. Quindi, nella nostra visione, specializzazione non significa abbandonare le attuali produzioni, ma trasformarle in specialità, partendo dalle esigenze del cliente per fornire non un materiale, ma una soluzione, apportando così valore lungo tutta la filiera.
La strategia è semplice sulla carta, non lo è altrettanto implementarla. Ma ci crediamo e stiamo investendo risorse in ricerca e innovazione per raggiungere gli obiettivi del piano, in base a priorità già definite, guardando ovviamente anche alla sostenibilità economica. Del resto, il nostro impegno non è mai diminuito negli anni, anche in contesti di mercato non favorevoli: abbiamo investito quasi un miliardo e mezzo di euro negli ultimi cinque anni e 55 milioni di euro nel 2020 solo in ricerca e innovazione, anche attraverso collaborazioni con Università e istituti di ricerca.»

L’acquisizione di Finproject, quindi, è un avvicinamento al cliente finale con prodotti tailor made?
«Più che di acquisizione, mi piace parlare di “matrimonio” perché con questa operazione mettiamo in comune competenze e conoscenze diverse. Un matrimonio che arriva dopo un lungo “fidanzamento”, visto che eravamo già partner nella fornitura di materie prime.
finproject

Con Finproject possiamo sviluppare temi comuni, compresa la sostenibilità, pur con approcci diversi, secondo la posizione lungo la filiera, e ciò è senz’altro positivo. Per esempio, Finproject ha in portafoglio la linea Sustainable+, compound contenenti circa il 50% di materiali ottenuti con un processo ingegnerizzato di recupero di sfridi provenienti dai propri stabilimenti. E ciò si integra con le nostre attività sulle plastiche con contenuto da riciclo chimico, meccanico o biobased.»

Intravedete altre sinergie possibili?
«Vediamo buone opportunità nella ricerca e sviluppo, che beneficerà del feedback proveniente dalla vicinanza di Finproject al cliente finale, come pure nell’utilizzo di energie rinnovabili e nell’efficientamento energetico degli impianti, grazie alla comune appartenenza al gruppo ENI. A volte anche indirettamente: Padanaplast, parte del gruppo Finproject, partecipa al progetto di ricerca europeo Be Smart per l’utilizzo di energia solare a livello industriale, con la costruzione di edifici che adottano la tecnologia BIPV (building integrated photovoltaic) in grado di autosostenersi nel proprio fabbisogno di energia: potremo beneficiare, a livello di gruppo, anche di questa esperienza.
Contiamo inoltre di estendere la certificazione ISCC Plus lungo l’intera filiera: Versalis l’ha già ottenuta per la maggior parte dei suoi siti produttivi e ora toccherà anche a Finproject e Padanaplast. Stiamo anche valutando come utilizzare le materie prime e gli intermedi biobased prodotti con le piattaforme Versalis nella formulazione di compound.
Le opportunità, come vede, non mancano.»

Pensate di investire in nuove capacità produttive?
«Finproject aveva già avviato progetti per l’ottimizzazione degli impianti, con un aumento della capacità produttiva, nel suo stabilimento in Vietnam e in Padanaplast nel recupero degli sfridi in ottica di sostenibilità ed efficienza; a Parma stiamo anche investendo in una nuova linea per la produzione di un compound brevettato destinato alla produzione di film per applicazioni nel fotovoltaico.»

Ulteriori acquisizioni all’orizzonte?
«Teniamo gli occhi aperti e non escludiamo alcuna opzione. Volendo scendere a valle con la specializzazione di prodotto dobbiamo valutare cosa possiamo sviluppare internamente e cosa no, in quest’ultimo caso avviando partnership come abbiamo già fatto in passato. Dipende anche dai tempi necessari per implementare nuovi prodotti o tecnologie, in funzione dell’evoluzione dei diversi mercati finali: l’industria automobilistica è molto diversa dal settore delle costruzioni e l’approccio non può essere lo stesso.
Finproject è stata la più importante acquisizione in molti anni di storia Versalis; rilevante sia per le dimensioni della società – che conta 1.900 addetti distribuiti in 11 sedi tra impianti di produzione e laboratori ricerca – sia per l’entità dell’investimento. Un’operazione mirata: offre un accesso al mercato finale, ci consente di trasformare il prodotto in soluzione e di interpretare i bisogni dei clienti. Rientra quindi pienamente nella nostra strategia volta a differenziarci e specializzarsi.»

BIOGRAFIA. Laureato in Ingegneria Chimica, Alfani è giunto alla guida di Versalis dopo un’esperienza ventennale nell’industria chimica, in posizioni di Senior Global Business Director e Senior Global Strategy Director in ambito internazionale. Ha iniziato la sua carriera in EniChem per poi entrare in Dow nel 2001, dove ha ricoperto diversi ruoli a livello regionale e globale.

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